01/07/2023
Sembra inimmaginabile poter passare delle giornate ad un tavolo davanti ad un angolo di Mediterraneo a mettere insieme parole che un giorno prenderanno il largo e non saranno più tue.
Stare fermi non è un pensiero contemporaneo, permanere un tempo indefinito in un luogo, con se stessi e il cuore nel mare che ti impedisce di riprendere il viaggio non appartiene all’oggi.
Essere felici di avere davanti soltanto un quaderno, una penna e quella tazza di caffè che non finisce mai. Quasi non puoi credere sia vero. Ti guardi intorno attonito e ti chiedi i nomi delle barche, ti immagini la vita di chi vive a bordo, apprezzi l’anarchia di chi trova, fra l'immaginazione e il vento, la propria rotta al limite del giorno, ogni giorno.
Seduto davanti al mare con soltanto un quaderno e una penna sei in un interstizio più o meno prolungato, che assume una fisionomia propria, ma che non riesci a collocare in un momento presente, passato o futuro della tua vita. A tratti hai la sensazione di essere qui, così, da sempre e che potresti continuare per cento o mille giorni senza alterare minimamente la forma delle cose.
È un leggero equilibrio affine ad un desiderio che dona e che toglie e in cui ritrovi la verità fra i tuoi vaneggiamenti: è come se all’improvviso vedessi tutto attraversato da una matrice continua di parole che scorre in trasparenza sulla materia; tutto diventa immagine di sfondo a segni blu che in qualche modo assumono la qualità di racconto.
È un imparare a leggere in silenzio oltre la cortina di luce che colora la realtà, ma è un apprendere che non ha termine perché la qualità e la condizione di ciò che esiste in sé e per sé non continua sempre a svolgersi nel senso che in linea di massima ci si aspetta; e le sue tinte sono mutevoli e cangianti nell’arco di una stessa giornata. E così cerchi di fissare sulla pagina almeno i nomi dei colori, illudendoti che le etichette abbiano il potere di dare un ordine a quel caos di segni, lettere e parole; ma loro cambiano con l’evolvere delle ore, con l’imprevedibilità della luce, con l’umore di chi li guarda.
E quindi scrivere di queste cose, in questo bar, è dipingere una realtà parziale e comunque vera quel tanto che basta a trasformarla in una storia.
Ma, nonostante ciò, mi piace stare qui e lasciare che quella matrice di parole continui a fluire come una lieve pioggia che scivola sul mondo con le sue grandi gocce che vanno a fondersi con il mare, per poi un giorno rievaporare come un pensiero necessario che non ti aspetti, ma che sai bene essere stato a lungo lì sotto, allo stato liquido, sempre pronto a riemergere per lasciare abbordare, ancora una volta, quello che c’è sul fondo con quello che c’è sopra.
È un moto di lunga durata e continuità che mette in discussione l’invariabilità delle nostre convinzioni di uomini di terra chiamati a misurarci con ciò che non ha un termine, ma solo un periodo che torna e torna e torna sempre ad urtarci, a infrangersi contro la granitica banchina che separa il nostro bar dal rimettersi in viaggio.
E questa è la seconda verità: la scoperta dell’attesa, della pausa come parte del viaggio. E soprattutto la presa d’atto della verità sul mio modo di viaggiare che è questo e nessun altro:
avere un posto da cui partire e un altro in cui arrivare semplicemente come argomento ornamentale, motivazione parzialmente o totalmente falsa per andare, fare miglia, accumulare emozioni, sensazioni, registrare storie da ricordare e, semmai, da raccontare.
Tragitto dove la comodità è occasionale, l'adattamento costante una necessità e un esercizio sia fisico che interiore da rimescolare dentro con quella stanchezza che assoggetta come un dolore raccolto e intimo le membra, dopo che sul finire di un giorno in cui hai dato nomi a ciò che vedi e riempito pagine dei loro colori, tutto si spegne e trasfigura in qualcosa di molto più vicino all’inganno del sogno.