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27/10/2026

Centoventi anni fa, il 25 ottobre 1906, nasceva a Sequals, un paese delle prealpi friulane, Primo Carnera.

Si racconta che alla nascita pesasse otto chili. Non so se sia vero, ma è il genere di leggenda che si attacca soltanto agli uomini fuori misura, e Carnera fuori misura lo fu in tutto.
Sequals era terra di mosaicisti e terrazzieri, gente che per lavorare doveva partire. Il padre di Primo era emigrato in Germania; il figlio, all'inizio degli anni Venti, ancora ragazzo, prese la strada della Francia, come tanti friulani. Era già un gigante. Finì in un circo, a fare il forzuto e a sfidare a braccio di ferro i giovanotti dei paesi. Ad Arcachon, sulla costa atlantica, lo notò un ex campione francese dei massimi, Paul Journée, che lo affidò al manager Léon Sée. Il 12 settembre 1928, alla Salle Wagram di Parigi, Carnera vinse il suo primo incontro da professionista.
Era alto quasi due metri, pesava intorno ai centoventi chili e portava scarpe numero cinquantadue. In America, dove sbarcò nel 1930, lo presentavano come un mostro e lo facevano combattere da una costa all'altra, contro avversari spesso improbabili. Il suo contratto finì nelle mani di Owney Madden, uno dei boss della malavita di New York. Sappiamo che diversi incontri della sua carriera furono manipolati, ma questo non significa che Primo Carnera ne fosse consapevole. La stessa Encyclopaedia Britannica sottolinea che, con ogni probabilità, il gigante friulano ignorava ciò che accadeva alle sue spalle. È una pagina amara della storia del pugilato, ma non possiamo attribuire a Carnera responsabilità che probabilmente non ebbe. Dietro quei risultati c'era un uomo che saliva sul ring e faceva il proprio mestiere, mentre altri, forse, muovevano le fila lontano dai riflettori... era un ragazzo friulano che non parlava la lingua e si fidava delle persone sbagliate.
Il 10 febbraio 1933, al Madison Square Garden, mise KO al tredicesimo round Ernie Schaaf, che morì pochi giorni dopo. L'autopsia parlò di meningite e di un'influenza recente, e c'è chi ricorda il pestaggio che Schaaf aveva subito qualche mese prima da Max Baer. Carnera, raccontano, pensò seriamente di smettere.
Non smise. E il 29 giugno 1933, al Madison Square Garden Bowl di Long Island City, davanti a quarantamila persone, affrontò il campione del mondo Jack Sharkey. Al sesto round un montante destro al mento mise Sharkey KO. Primo Carnera era campione del mondo dei pesi massimi, il primo italiano della storia. Ancora oggi è l'unico nostro connazionale ad aver regnato da campione indiscusso della categoria regina.
Il regime fascista lo trasformò subito in un simbolo. Il 22 ottobre 1933, in Piazza di Siena, a Roma, davanti a Mussolini e a una folla che le fonti stimano tra i cinquantacinque e i settantamila spettatori, difese il titolo ai punti contro il basco Paulino Uzcudun, e alla fine salutò il pubblico con il braccio teso. La figlia, Giovanna Maria, ha sempre sostenuto che il padre non fu mai fascista né iscritto ad alcun partito. Io credo che, come tanti italiani di quegli anni, fece quello che gli veniva chiesto, senza capire fino in fondo a cosa servisse.

Il 14 giugno 1934 p***e il titolo contro Max Baer, ancora a Long Island City. Baer lo mandò al tappeto undici volte. Undici volte Carnera si rialzò, con una caviglia fratturata, finché l'arbitro non fermò tutto all'undicesimo round. Si può discutere quanto si vuole della sua tecnica, ma su quel coraggio non si discute. Un anno dopo, allo Yankee Stadium, un giovane Joe Louis lo fermò al sesto round. Si racconta che in Italia le immagini di quella sconfitta non vennero mai mostrate.
Poi la guerra, gli anni bui, perfino un breve fermo da parte dei partigiani, che lo rilasciarono senza conseguenze. E qui comincia la parte della sua vita che preferisco. Nel 1946, a quasi quarant'anni, Carnera ricominciò in America come lottatore di wrestling. Rimase imbattuto per più di cento incontri, riempì le arene e guadagnò finalmente soldi suoi. Nel 2019 è entrato nella Hall of Fame della WWE. Recitò anche al cinema: nel 1933 accanto a Max Baer e Jack Dempsey, e molti anni dopo nel ruolo di Anteo, con Steve Reeves, in "Ercole e la regina di Lidia". Quando Hollywood raccontò una storia molto simile alla sua in "Il colosso d'argilla", con Humphrey Bogart, fece causa alla casa di produzione. P***e, ma il messaggio era chiaro... non voleva essere ricordato come una marionetta.
Nel 1939 sposò Giuseppina Kovačič, impiegata delle poste di Gorizia. Ebbero due figli: Umberto, che diventò medico, e Giovanna Maria. Lei racconta di un padre che teneva moltissimo allo studio e amava la letteratura classica, l'arte e l'opera. Non esattamente il ritratto del bestione che certi giornali americani avevano dipinto.
Malato al fegato, tornò a Sequals, e lì morì il 29 giugno 1967. Era lo stesso giorno in cui, trentaquattro anni prima, aveva conquistato il mondo.

Ogni tanto qualcuno prova ancora a sminuirlo. Io rispondo sempre allo stesso modo... centoventi anni dopo, Primo Carnera è ancora lì, nell'albo dei campioni del mondo dei pesi massimi. E chi lo prende in giro, di solito, non si è mai rialzato undici volte da un ring.

Buon compleanno, Primo.

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