Correva l’anno 1630. La città di Mantova era stata messa sotto assedio dall’ottobre del 1629 da parte dell’esercito imperiale di Ferdinando II D’Asburgo. Le truppe erano accampate in quel di Goito, da dove potevano meglio spiare le mosse dell’esercito veneziano chiamato in aiuto dal Duca di Mantova Carlo I di Nevers. La mattina del 30 maggio il La Valletta, uno dei capitani della Serenissima, pres
i con sé circa 3000 fanti e alcuni squadroni di cavalleria, si spinse verso Roverbella fino a Marengo. Qui, però, si dovette scontrare con le truppe imperiali, formate dai mercenari Lanzichenecchi, con gran numero di fanti e bombarde. Il combattimento fu cruento e sanguinoso, il La Valletta stesso fu gravemente ferito e fatto prigioniero. I fanti e i cavalieri veneti furono sopraffatti dal nemico e batterono in ritirata verso la vicina Valezzo; inseguiti dai Lanzichenecchi, fuggirono quindi verso Castelnuovo. I vincitori, con la fama di saccheggiatori e violenti che si portavano appresso, si fermarono a Valezzo e vi si accamparono; qui il comandante dei Lanzichenecchi decise di premiare i suoi soldati per la grande vittoria facendo loro dono delle sette più belle fanciulle del paese, gettando nella disperazione la già stremata popolazione del piccolo borgo. Ora, correva voce che il comandante fosse un incallito giocatore di carte, vizio che gli procurò nel tempo molte ricchezze. Viveva, a quel tempo, a Valezzo, un giovane monello dai capelli arruffati e dagli occhi scuri; senza famiglia e senza fissa dimora, campava di espedienti, piccoli furti e della carità di qualche buona famiglia del luogo. Astuto giocatore di dadi e carte, mosso a compassione verso le sette fanciulle innocenti, ebbe un’idea tanto azzardata quanto rischiosa: sfidare il comandante dei Lanzichenecchi nel gioco delle carte. In caso di vittoria del monello, le fanciulle sarebbero state sottratte alle grinfie dei mercenari e restituite alle proprie famiglie; in caso di sconfitta avrebbe pagato con la vita e le fanciulle sarebbero state perdute per sempre. Il comandate accettò e in quella tiepida sera del 30 maggio 1630 si svolse la sfida fra i due contendenti. Il confronto durò fino a tarda notte e alla fine il monello, mettendo in campo tutta la sua astuzia e tutti i tranelli di cui era capace, vinse la lunga e vitale partita. Il comandante rispettò l’impegno preso: restituì le sette fanciulle ai propri cari, non senza mugugni da parte della truppa ed inoltre premiò il monello con una corona d’oro, frutto di precedenti saccheggi. Avendo poi intuito che il ragazzino aveva così abilmente barato, lo nominò RE BARO di Valezzo. Per molti anni a seguire, quel 30 maggio fu ricordato con feste e banchetti. Ora, se la stirpe di belle fanciulle popola ancor oggi il ridente borgo di Valezzo, lo si deve anche a quell’astuto e coraggioso monello senza famiglia, dai capelli arruffati e dagli occhi scuri.