16/08/2023
"Continuavano a ripetermi che un professionista deve pensare solo a giocare, e forse avevano ragione. Nel calcio il pallone veniva prima di qualsiasi buona intenzione. Io però cominciai a pensarla diversamente. Da quella sera di Natale del 1977.
Avevo diciannove anni quando alcuni amici mi invitarono a far visita a un centro per bambini cerebrolesi. Ci andai accompagnato da Raffaella, la mia fidanzata. Quella visita cambiò la mia vita. Anzi. La nostra.
«Mi impressionò la loro emarginazione, l’abbandono, il menefreghismo della gente. Fu un’emozione fortissima, un pugno nello stomaco. I miei genitori si sono sempre impegnati nel sociale e mi avevano già insegnato il rispetto e la solidarietà verso gli altri.»
Sono nato a Piacenza, il 3 maggio 1958. Cresciuto calcisticamente nelle Giovanili del San Lazzaro, poi alla Cremonese e quindi al Bologna. Debuttai all’ultima giornata. Per poi passare al Brescia in Serie b. Era il 1977. Sì, proprio l’anno di quella visita che cambiò la mia vita.
Sposai Raffaella e nacque Elena. Insieme, decidemmo di dedicare il nostro tempo e i nostri guadagni a quei ragazzi meno fortunati. Io studiai fisioterapia e Raffaella prese il diploma isef. A un portiere si chiede di parare, senza pensare troppo, ma la vita non può essere solo una palla.
In Serie A continuai a farmi notare. Il più bel complimento ricevuto? Quello di Dino Zoff, dopo una Juventus- Brescia: «Quello è un portierino di grande classe. Sembra un papero, ma ha coraggio e stile. Proprio quello che ci vuole per essere qualcuno in questo ruolo».
Purtroppo, non potemmo evitare la retrocessione e l’anno dopo venni escluso dalla squadra per dissapori con l’allenatore Perani. «Quello pensa agli handicappati, anziché parare» diceva. E io non capivo.
Non saltavo mai un allenamento. Sì, una volta finito scappavo dal campo, ma solo perché volevo andare ad aiutare quei bambini che mi stavano aspettando. Volevo aiutarli a camminare, a muoversi un pochino da soli (nella nostra palestra, le terapie per i bambini disabili erano gratuite).
Sapevano tutti della mia palestra. L’Associazione Calciatori aprì una sottoscrizione tra tutti i mille calciatori di tutte le categorie per raccogliere fondi per quei ragazzi.
Il ricavato di 700 mila lire non fu un granché ma era già qualcosina.
Di grandi persone ne ho incontrate.
Come Jurgen Klinsmann. Un giorno mi chiese perché scappavo via alla fine degli allenamenti. “Domani vengo con te, voglio vedere con i miei occhi quello che fai” mi disse.
E venne davvero. Passando tutto il pomeriggio con i miei ragazzi.
700.000 lire aveva raccolto l’Associazione Calciatori per la mia palestra.
Lui prima di tornare a Milano mi diede un assegno. Con gli occhi lucidi. Come i miei e di Raffaella quando vedemmo la cifra. 70 milioni (settanta milioni).
Non ci potevamo credere.
La palestra ERA 77 ha superato diverse difficoltà, Persino la chiusura per mancanza di fondi. Malgrado ciò ha sempre garantito le cure a domicilio. Anche Astutillo ha superato problemi di salute ed è tornato ad aiutare i suoi ragazzi."
La storia di Astutillo Malgioglio è raccontata da Johannes Buckler nel suo terzo libro, "Non esistono piccoli campioni".
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Persone normali che fanno cose straordinarie.