06/06/2026
EXTRATERRESTRE, PORTALI VIA…
Ogni anno, puntuale come le tasse e decisamente molto più creativo, arriva il comunicato stampa del Sesto Riverside Festival. E ogni anno si ripete la stessa magia. Lo leggi e per qualche minuto hai la netta sensazione che, a tua insaputa, Sesto Calende sia diventata una sorta di capitale culturale europea, crocevia internazionale di artisti, creativi, innovatori e operatori culturali provenienti da ogni angolo del pianeta. Una città dove ogni evento rappresenta una contaminazione artistica, ogni piazza ospita un’esperienza immersiva e ogni settimana contribuisce al consolidamento progettuale di qualcosa che, a essere sinceri, non abbiamo mai capito bene cosa sia ma sembra comunque terribilmente importante.
Più vai avanti nella lettura e più inizi a sospettare che negli ultimi dodici mesi sia successo qualcosa di enorme senza che nessuno si sia preso la briga di avvisarti. A un certo punto abbiamo persino avuto il dubbio che l’UNESCO fosse già stata allertata e stesse preparando qualche riconoscimento speciale per il contributo fornito da Sesto Calende all’evoluzione culturale dell’umanità.
Poi richiudi il comunicato, esci di casa e ti accorgi che è ancora Sesto Calende.
Che non è necessariamente una cattiva notizia. Anzi, forse è proprio qui il punto.
Perché noi continuiamo ostinatamente a pensare che un festival estivo abbia un compito piuttosto semplice: portare persone in città, riempire le piazze, far lavorare commercianti, bar e ristoranti e regalare qualche bella serata a chi vive qui. Una missione forse meno affascinante dei “linguaggi eterogenei”, delle “esperienze immersive” e della “club culture internazionale”, e decisamente meno elegante da raccontare in un comunicato stampa, ma che continua ostinatamente a essere il motivo per cui questi eventi vengono organizzati.
C’è però una cosa che continua a colpirci leggendo queste presentazioni. Non tanto gli eventi, che potranno piacere o non piacere e che speriamo sinceramente funzionino. È il tono. Quella sottile sensazione che il festival non venga raccontato come un insieme di serate pensate per i cittadini, ma come qualcosa di più. Come una missione culturale. E le missioni culturali hanno spesso un difetto: finiscono per piacere molto di più a chi le organizza che a chi dovrebbe beneficiarne.
Forse è proprio per questo che, ripensando alla prima edizione del Riverside, ci erano rimaste impresse soprattutto le iniziative più semplici, più spontanee e più legate alla città, quelle che non avevano bisogno di convincere nessuno della propria importanza perché erano i cittadini stessi a decretarne il successo. Per questo sorprende che un primo anno che non ci era sembrato esattamente memorabile sembri aver rafforzato tutte le convinzioni degli organizzatori anziché generare almeno qualche dubbio. Leggendo il programma del 2026 si ha infatti la sensazione che l’esperienza dello scorso anno sia stata interpretata più come una conferma che come un’occasione di riflessione. Una sicurezza nei propri mezzi che, bisogna ammetterlo, non è da tutti.
Naturalmente potremmo sbagliarci e saremo i primi a esserne felici. Perché se il Riverside 2026 porterà più persone in città, farà lavorare le attività del centro e regalerà belle serate ai sestesi, avrà vinto la città e avremo vinto tutti. Ci auguriamo soltanto che quest’anno sia più facile comprendere anche costi, contributi e risultati complessivi dell’iniziativa. Perché la trasparenza, a differenza della club culture internazionale, dovrebbe essere compresa da chiunque.
Per il resto aspetteremo settembre. Con la curiosità di capire se il Riverside sarà riuscito soprattutto a convincere i cittadini oppure, ancora una volta, principalmente gli organizzatori.
Nel primo caso saremo felici di ammetterlo.
Nel secondo, come canterebbe Eugenio Finardi…
EXTRATERRESTRE, PORTALI VIA.