20/09/2023
💥 La domanda di riflessione che ho lanciato l’altro giorno sulla pagina Facebook ha scatenato un notevole fermento.
Alcuni commenti sono stati eliminati perché veramente poco rispettosi, altri sono stati modificati dalle persone che li hanno scritti dopo che avevo già risposto (ma sorvoliamo…).
Veniamo al punto: la riflessione su come chiamiamo i nostri bambini.
Qualcuno si è sentito immediatamente attaccato “non si può più dire niente ai bambini se no si traumatizzano”, qualcuno ha fatto un elenco delle modalità con cui chiama i propri figli, qualcuno ha sminuito affermando che sono tutti problemi inutili, altri hanno rimandato al concetto di stereotipo, altri ancora hanno riflettuto sull’importanza del nome proprio di persona.
Tante reazioni in base alla diversità delle persone.
Ho utilizzato nella mia domanda i termini “PRINCIPESSA” e “CAMPIONE”, perché spesso sono questi che sento in giro, ma potrebbero anche essere senza problemi “PRINCIPE” e “CAMPIONESSA”, molto meno utilizzati perché evidentemente nella prima versione sono più radicati culturalmente. Perché sì, i luoghi comuni a volte inciampano nell’istinto, la riflessione viene dopo.
E magari ci sono bambine che non amano sentirsi chiamare “principessa” e neanche “campionessa” e bambini che non gradiscono “campione” ma neanche “principe”. Per altro in preadolescenza “principe e principessa” finiscono per essere sinonimo di “tu che non fai mai niente” e perdono di colpo tutta la loro carica amorevole dei primi anni.
Se un bambino si sente sempre dire “il mio campione, il mio ometto” semplicemente perché all’adulto piace e non ci vede niente di male, dentro di sé, più o meno velatamente, sentirà di non poter tradire quelle aspettative. Se un bambino ha necessità di piangere e si sente dire: “dai che tu sei un campione” dove le metterà quelle lacrime? Un campione vince qualcosa per essere tale, un bambino ha solo bisogno di essere ciò che è. Idem per la campionessa.
Altri hanno detto che usano gli appellativi perché non hanno memoria …roba che suona un po’ come un banale “Uè, carissimo!” di chi si incontra per strada, e allora perché non un semplice “Ciao”, soprattutto se rivolto a un bambino? Quanti adulti al telefono dicono coi figli vicino frasi come: “Metto a letto I NANI e ti richiamo”.
Mettetevi ora nei panni del “NANO”.
C’è da specificare ovviamente che una variabile enorme la fa “CHI” pronuncia quell’appellativo, “DOVE” viene pronunciato e con quale CONSAPEVOLEZZA si sceglie una determinata parola. Ciascuno di noi utilizza nomignoli rivestiti di particolare valenza affettiva e li rivolge alle persone care in un contesto privato ma non si sognerebbe mai di farlo in un contesto pubblico, trattamento che spesso viene riservato superficialmente ai più piccoli (in adolescenza poi fulminano pesantemente!).
Quando un bambino mi racconta che il suo nonno lo chiama “Biscottino”, c’è una tenerezza infinita e quella tenerezza se la porterà dietro per il resto della vita, è un dolce ricordo. Quindi sottolineo, nessuno sta vedendo traumi (sul concetto abusato di trauma poi urgerebbero delle delucidazioni), sta facendo dietrologie, sta parlando di sessismo o altro come da commenti rimossi.
L’invito è semplicemente quello di essere consapevoli. Perché ad esempio, tante persone associano il loro nome proprio di persona pronunciato per intero a momenti di rabbia e tensione? Perché mentre chattiamo e vediamo il nostro nome comparire nella perfezione della sua sequenza di lettere, una parte dentro di noi sobbalza? Perché quando abbiamo qualcosa di importante e prezioso da dire utilizziamo il nome proprio? C’è un perché. Perché col nome proprio si cerca la serietà, non ci sono fronzoli che tengano, si parla direttamente a quella persona, si cerca il contatto autentico con l’altro essere.
Essere chiamati col proprio nome fa esistere. Fa essere. Scrive Alessandro D’Avenia: “Dare un nome proprio e dare alla luce sono la stessa cosa”. Chiamare un bambino con il proprio nome lo fa esistere, parla alla sua sostanza di persona, proprio nel momento in cui si sta costruendo la sua identità.
Laura Mazzarelli
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