28/05/2023
Ci sono persone delle quali è obbligatorio tornare spesso ad occuparsi nel sospetto che le nuove generazioni ne abbiano un’idea vaga o distorta. Tra queste un posto d’onore è occupato da Don Lorenzo Milani, dalla sua Scuola di Barbiana e da un libro straordinario, quella “Lettera a una professoressa” che nel lontano 1967 ha costretto la scuola italiana a riflettere sulle sue mancanze e, piaccia o no, ha nutrito la ribellione verso l’istruzione classista che di lì a poco avrebbe animato la contestazione studentesca.
Quando in questi mesi abbiamo sentito invocare il merito come pilastro di una scuola che deve mandare avanti “i migliori”, quando il merito è stato aggiunto persino nella dicitura del nuovo ministero dell’Istruzione, ignorando volutamente che l’abbandono scolastico in Italia è tra i più alti d’Europa, forse a qualcuno sarà tornata in mente una delle frasi più celebri di quel prezioso libretto: «Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali».
Erano altri tempi, è vero, sono passati 56 anni da quando Don Milani contrapponeva la formazione scolastica dei figli di operai e contadini a quella dei figli dei padroni, eppure mai come adesso, con le disuguaglianze crescenti e con una popolazione scolastica composta per quasi il 30 per cento da figli di immigrati, l’insegnamento di quel grande prete visionario dovrebbe far da guida ai nostri giorni scomposti.
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