Si diventa vecchi quando si smette di giocare." DA GRANDE VOGLIO GIOCARE AL CALCIO, ANZI AL FANTACALCIO
dalla prefazione al regolamento ufficiale
“Il calcio fu epica, è stato gioco, è affare (per le banche creditrici)”, leggo così su un quotidiano, da un pò lo penso anch’io. I nostri genitori nemmeno camminavano quando Giuseppe Meazza, tipicissimo esempio di vizi e virtù nazionalpopolari, trasfo
rmava la sua trentatreesima rete in maglia azzurra. Le sue giocate valsero al calcio italiano due titoli mondiali e due Coppe Internazionali. Lo stadio dove giocano Inter e Milan si intitola alla sua memoria, gli sportivi però continuano a chiamarlo San Siro. Una manciata di decenni più tardi Giggiriva Rombo di Tuono ne realizzava trentacinque- record assoluto- che significarono un titolo europeo e un secondo posto a Messico ’70 dietro il grande Brasile di Pelè, Gerson, Tostao e Rivelino. Gianni Brera giurò d’averlo rivisto- il Pep- nella magica notte romana d’Italia ’90, due a zero alla selezione ceca, quando tutto lo Stivale s’illudeva di fare poker, di superare i cariocas… era Roberto Baggio, scusate se è poco. L’epos, la poesia, il romanticismo di queste gesta esiste ancora? A Peppesalerno brillavano gli occhi, si drizzavano i capelli quando mi raccontava la trasferta del Viviani. Suo fratello finalmente decise che era cresciuto- il Peppe- di domenica mattina partirono alla volta del capoluogo lucano: passione granata, parliamo di Serie C. “U Putenz è nu squadrone”, quello striscione non lo dimenticherà mai. Peppesalerno ama il foot-ball e tifa Salernitana, Peppesalerno sogna di vincere un Mondiale… i granata, gli Azzurri, il gioco più bello… Peppesalerno oggi è uno sportivo disinnamorato che non va allo stadio e non guarda le partite, magari è stanco d’essere trattato come uno che va a fare la spesa, che riempie il carrello e poi passa per la cassa.
“Odio eterno al calcio moderno”, può darsi che gli ultras vogliano dire proprio questo. Noi siamo il popolo sportivo, gli appassionati, la ragione, il vero motivo. Vogliamo ascoltare il canto delle reti su “tutto il calcio”, le vogliamo vedere al “novantesimo”. Chi ama il calcio non sarà mai un consumatore. La spettacolarizzazione eccessiva delle vicende sportive sta formattando le abitudini delle giovani leve: play-station, decoder manomesso e Arechi semideserto. Per questa via- temo- il calcio sarà amato sempre meno e perderà popolarità, questione di tempo. Ma il football è sport in quanto metafora della vita, nel football vive il costume dei popoli che lo praticano. Da piccolino sognavo di diventare calciatore, di vestire la maglia d’un grosso club, di realizzare marcature decisive per raccogliere l’esultanza dei tifosi in un tripudio di bandiere. Di chances ne ho avute, le ho sciupate, non avevo la stoffa per il mestiere del calciatore. Ma è un fatto che nella vita, quando qualcosa ti piace davvero, la maniera di riciclarti la trovi sempre e tieni botta per alimentare i sogni ché proprio non ti va di mettere da parte l’umana velleità di “diventare qualcuno” in quello che ti piace. E allora confesso che m’è capitato di accompagnare in trasferta squadre juniores, di illudermi d’aver scoperto talenti in tornei rionali e che faccio- sempre- colazione sfogliando il Corriere dello Sport che mamma mi fa la cortesia d’andare a prendere in edicola per rendermi il risveglio meno traumatico. E penso: “Se divento milionario a De Laurentis gli do un calcio nel sedere (in esilio a Capri lo mando), poi compro il Napoli e mi nomino presidente”. Beh, il presidente presiede, altro che chiacchiere. Per tutte queste ragioni e per altre ancora io a Giggitocci- tutto attaccato, come Giggiriva- lo posso soltanto ringraziare perché nella fantalega vivono i miei sogni, sospirano le mie speranze, gemono le mie ambizioni. Carmelo Papaleo: il vostro fiero avversario di Basilicata.