07/08/2026
La prima cosa che arrivava a Monteluce era il rumore.
Un rumore che saliva lungo la collina prima ancora che si vedessero i carri.
I fischietti dei bambini, il ba***re degli zoccoli, gli organetti allegri, i venditori che gridavano fino a perdere la voce, i muggiti del bestiame, le risate di chi aveva già bevuto troppo.
Poi arrivavano gli odori: la polvere secca d'agosto, il basilico tra le mani della gente, il cocomero spaccato a metà, il vino spillato dalle botti, la porchetta che sfidava perfino il venerdì di magro.
Per quasi otto secoli il Ferragosto dei perugini ha avuto un indirizzo preciso: Monteluce.
Ed era lì che la città riconosceva se stessa, non attraverso un manifesto o uno slogan, bensì per mezzo di una piazza che, per qualche giorno, smetteva di appartenere alla routine del quotidiano e diventava puro spazio di festa.
Riconoscersi in quel perimetro non è mai stata una parentesi ricreativa, ma la riaffermazione periodica del diritto fondamentale di sospendere la corsa del tempo individuale per sprofondare in un tempo collettivo, riscoprendo come la continuità di una storia urbana non risieda nella pretesa immobile di mantenere intatto il passato, ma nella capacità quasi biologica di trasformarne i linguaggi affinché ogni generazione possa ritrovarvi il proprio significato.
Oggi raccogliamo quell'eredità non per semplice nostalgia, ma per la volontà ostinata di custodire ciò che quel passato aveva intuito: una comunità non si costruisce soltanto attorno ai servizi, alle opere pubbliche o ai progetti, pur indispensabili, ma trova la sua linfa più autentica nei suoi riti, in quei momenti in cui le persone decidono di rallentare, occupare lo spazio pubblico e guardarsi negli occhi per dirsi parte della stessa storia.
Fra qualche giorno non saranno più i carri a risalire la collina, bensì passeggini, biciclette, ragazzi con un bicchiere in mano, anziani intenti a fermarsi davanti a una fotografia cercando i tratti di un volto conosciuto, e bambini che correranno a perdifiato senza sapere che, ottocento anni prima di loro, altri bambini avevano consumato la stessa piazza, dimostrando come una tradizione continui a vivere non quando resta identica a se stessa, ma quando sa cambiare abbastanza da farsi riconoscere da ogni epoca.
È in questo solco che, dal 𝟏𝟑 𝐚𝐥 𝟏𝟔 𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨, Monteluce tornerà ad animarsi per fare ciò che ha fatto per secoli, trasformare uno spazio urbano in una trama di appuntamenti e di incontri.
Le mostre fotografiche e d'arte sui sagrati, la solennità antica della Luminaria Magna che discende dal Duomo portando in dote il tradizionale basilico, i laboratori di ceramica, le fiabe animate, i fiati e la musica che riempiono la sera, fino alle camminate storiche e alla consueta cocomerata finale, non rappresentano semplicemente degli eventi in programma.
Questi, sono i linguaggi contemporanei attraverso cui un'antica consuetudine continua a svolgere la sua funzione più preziosa, quella di intrecciare gesti vecchi e nuovi per creare legami, produrre memoria condivisa e ricordarci che nessuna comunità può dirsi tale se non cerca, di tanto in tanto, il tempo e lo spazio per ritrovarsi.
𝐂𝐢 𝐯𝐞𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐚𝐳𝐳𝐚!
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