21/12/2022
Dal post del Professore Bellia.
Della serie: piacevoli soste lungo i boulevards etnei
Al bar (parte seconda)
'Mbare...a 'sta vôta spaccasti 'a fumma! ma quantu vôti ti l'haju a diri ca 'i cosi logni non si lèggi nuddu? ci 'ntàppunu...comu si dici...'n gnitu ìsatu, vah, e si-nni nesciunu... Premetto che scrivere di un bar, in un momento così duro e tragico per il mondo intero, lo considero un privilegio. Anche perché non si tratta di una recensione né qualcuno me ne ha fatto richiesta, neanche implicita. Semmai, è un omaggio a persone che lo meritano e a cui voglio bene. E vuole essere anche un’affermazione di vita (e di “dolce” vita), senza obliare il resto. Dedico perciò questo reportage – stavolta, sì, davvero più lungo - al Dolce Vita Café di Nicolosi e ai suoi protagonisti. In particolare: Nino Consoli, Agata Mazzaglia, Giuseppe Mazzaglia e Tania Mazzaglia Hand Made (in quanto titolari e ciascuno, a turno, alla cassa), Ignazio Cannavò e Luca Viola (ottimi pasticcieri), Melinda Borgesi, Giuseppe Cutuli, Cristian Proietto, Luca Stanco, Giuliana Tomaselli (bancone e tavoli). Estendo la dedica a coloro che, a vario titolo, hanno partecipato all’impresa e vi si sono distinti fino a qualche tempo fa, Gianni Costantino, Carminia Pappalardo, Teresa Precopio, Alfio Sorbello... E aggiungo presenze importanti – di ieri, di oggi e di domani - per la storia di questo posto: il signor Turi Consoli, la Signora Angela Rizzo (papà e mamma di Nino e Alfredo), la Signora Carmela Malatesta (sposa del signor Mazzaglia e mamma di Tania e di Agata), i giovanissimi Carla, Giordano, Maddalena, insieme a Ottavia e all’altro Alfredo, il suo papà. Tutti insieme hanno contribuito e contribuiranno a quel senso di stile, di garbo e di autentica qualità che contraddistingue il locale e fa sentire i suoi avventori a proprio agio.
P.S. Una dedica, strameritata e assolutamente a parte, per la mia prezzziosa Amica, la professoressa Mimma Rizzo, originaria ed autorevole causa della mia frequentazione al “Dolce Vita”…
“Dolce Vita Café” a Nicolosi
Nicolosi, Porta dell’Etna... Quasi tutte le mattine, in ogni stagione dell'anno, percorro l’antica via alberata, calamitata a-gghiri â Muntagna, come un ago di bussola verso il Nord. Accedo a Piazza Vittorio Emanuele II, ed ecco la tenda bianca, a veranda, con l’elegante scritta in corsivo: “Dolce Vita Café”. Sull’angolo sinistro della piazza, il bar sorge a pochi metri dalla fontanella a zampillo e da una storica cisterna in pietra lavica, dipinta di rosa antico. Posteggio, mi avvio senza fretta, poso gli occhi sulla facciata rivestita di listelli in abete, appositamente irruviditi e delicatamente colorati. Sulla porta, un arcobaleno ceramizzato, di buon auspicio, dà il benvenuto agli avventori ed introduce in un ambiente al tempo stesso omogeneo e complesso. L’appuntamento al “Dolce vita” è diventato per me un rito quotidiano, a cui rinuncio solo per cause di forza maggiore (di lunedì, il bar è chiuso!), e quasi facendo buon viso a cattiva sorte. Entro, e ad alta voce saluto tutti, chiamando per nome, ad uno ad uno, chi alla cassa e chi al bancone. “Il solito, grazie...”. Per “il solito” io e i banconisti intendiamo un cappuccino...sì, ma di quelli super! un cappuccino d’arte, come piace dire a me. Oppure, a seconda dell’orario, un caffè macchiato di marca “Crema e gusto Miscela Di-tr-àl” (“Difficile-trovarne-altrove”...). Poi, secondo consuetudine: “Prof., melenzana o pistacchio?”. Tazza nella destra e cartocciata nella sinistra, raggiungo la saletta alle spalle del bancone, e occupo l’ultimo tavolino. Un abat-jour giallo, innestato dentro una bottiglia di “Jack Daniel’s Tennessee Wisky”, effonde luce soffusa (anzi...“stagionata”), e da questa postazione, sempre un po’ goffo e preoccupato di urtare le bottiglie di vini sporgenti dalla grande scaffalatura laccata di bianco, posso osservare tutto il bar: non grande, raccolto, bene articolato. Forse a un osservatore distratto (o semplicemente troppo assuefatto), potrebbero sfuggire particolari talmente bene amalgamati e in armonia fra di loro, da confonderli o silenziarli. Sono proprio questi dettagli a creare l’unicità del “Dolce vita café”.
(Colori)
Come mi accade per le opere di amici pittori e fotografi, anche qui percepisco rimandi interni da riscoprire, allusioni da interpretare. L’effetto dei colori è avvolgente, le tinte pastello dell’esterno filtrano sulle pareti interne, e i listelli di abete - rosa confetto, azzurro carta da zucchero, beige, verde chiaro – si alternano coi rivestimenti in pino, color panna; le fasce ricurve dell’arcobaleno sopra l’ingresso si tramandano nelle maioliche, sul bancone, nella geometria policroma alle spalle del barman, sulla parete inferiore dell’espositore dei dolci, con una f***a variazione di temi floreali, arabeschi, personaggi delle carte siciliane. Quasi invisibili, da una cornice del soffitto, minuscoli paladini, rossi, verdi, blu vigilano come potenti numi tutelari. Dalla piazza, rievocando le grandi dimore padronali di Sicilia, il rosa antico della cisterna e di Villa Montesanto riaffiora su scorci di parete visibili oltre le scaffalature.
(Pietra e legno)
Ma per un attimo torniamo indietro. Sul pavimento, appena varcato l’ingresso, una teca rettangolare, a vetro trasparente (...attenzione alle vertigini...), lascia riaffiorare il livello sottostante, con la dignità di un reperto archeologico; il muro del bancone, grazie a blocchi di pietra lavica e ad inserti di mattoni e cocci di tegole, volutamente mantenuti a grezzo e sapientemente spennellati di colla bianca e vernice trasparente, conferisce un senso misto, tra work in progress e robusta rusticità etnea, mentre più in in fondo, oltre la grande botte chiara che separa le due parti del bar, la parete preesistente è lasciata a vista e rimanda al rosso bruciato ed al giallo sulfureo delle antiche “foss’a-gghiara”, delle cave di rena rossa e delle miniere siciliane di fine Ottocento, dove si aggira ancora Rosso Malpelo…
(Tempo e storia)
Di nuovo, per un attimo, indietro: sulla destra, scene famose di films e iconiche star del cinema italiano Anni Cinquanta -Marcello Mastroianni, Anita Ekberg, Anna Magnani, Monica Vitti, Alberto Sordi, Vittorio Gasmann, Claudia Cardinale, Macario, Totò, Pier Paolo Pasolini, e, naturalmente, Federico Fellini, e scusate se è poco...- creano un suggestivo “amarcord”, che fa pensare al nome stesso del locale e innesta ridondanze con la parete dirimpetto, tutta fasciata di pagine a stampa, fogli di quotidiani di vari periodi. Ne sono rivestite persino le lampade, sopra il bancone: così il bianco e nero della stampa e delle foto immette nel flusso del tempo e della storia, aprendo varchi ai ricordi e richiami all’attualità.
(E poi?)
C’è altro? una coppia di elementi ben più che decorativi, ancora sulla parete a destra. Prima e oltre la grande botte “sparti-bar”, due sagome, anch’esse in legno chiaro, di alberi frondosi, forse ulivi, quasi nascoste, discrete al pari di chi le ha intagliate, ed al tempo stesso emblematiche, silenziose presenze vegetali, d’ossigeno e boschi, di frutteti e di vigne, di favole e di Genesi...E poi? E poi...tra gli articoli di stampa, un’icona russa a riquadri sulla vita del Signore, una suggestione “religiosa” che fa rima con un’altra parte del locale, giusto alle spalle del tavolino dalla luce soffusa (e stagionata): la benedizione francescana del Crocifisso di San Damiano…
Dunque: colore, arte e tradizioni, legno e pietra, Tempo e Storia, note a rintocco fra loro, sentieri evocativi convergenti verso il primum movens, l’Etna! che troneggia da ogni lato e dà sostanza alla vocazione vulcanica di Nicolosi. Come di Catania e di tutte le genti intorno alle sue pendìci. Una nitida foto della grande Madre Primigenia si allunga come la finestra di una baita sul versante nord del bar, sintetizzando e suggellando le intenzioni, i particolari, lo stile e l’immaginario di questo “Dolce Vita Café”…
E per concludere: “Iddi”!
Canticchiamo insieme i versi di quella famosa canzone folkloristica? “E di luntanu vènunu li furasteri a-mmassa, dicennu la Sicilia cchi ciauru ca fa!”... L’intreccio tra ambiente e oggetti d’arredamento e decoro, fra immagini e simboli non potrebbe bastare alla vita e alla peculiarità di un bar. Le persone, prima di tutto. A fronteggiare momenti di afflusso incessante, a sostenere il ritmo frenetico di certi momenti della settimana, dei picchi stagionali e festivi, occorre personale d’eccezione (un Di-Tr-àl-Team...), competente e alla mano. E se le intuizioni, le ideazioni, gli allestimenti fin qui descritti sono soprattutto da attribuire al gusto ed al talento di Pippo Mazzaglia, a cui, sparsi un po’ ovunque, nelle scritte, nelle ceramiche, negli inserti sui tavolini, fanno eco le bellissime rifiniture e i manufatti firmati da Tania, tutti gli altri protagonisti del locale ci mettono qualcosa di proprio e di insostituibile: l’aplomb anglo-nicolosita e la compitezza di Nino, con le sue camicie caraìbiche (ma dov’è ‘sto negozio, che ci vado?), le sue compilations di musica jazz, dal tono soft, vero tocco di classe in più; il sorriso irresistibile e solare di Agata, la sua nuvola di capelli neri ricci e gli occhi vividi, da bella ragazza siciliana e da regina del Soul. E infine la straordinaria professionalità di chi lavora al bancone del bar: la femminile e dolce riservatezza di Melinda, che fa fronte ad ogni emergenza (e mai mai mai ne sbaglia uno...cappuccino!), la costanza nel rendimento di elevata qualità da parte del silenzioso e paziente Luca, la velocità e la concretezza di Christian (ca si nni ìu â Motta, ma...sempre ccà s’arricogghi!), la ruspante simpatia di Giuseppe Cutùli, che non si scoraggia neanche di fronte ad un popolo di turisti stranieri assiepati fino alla porta dei bagni, tutti da servire senza tregua e con spelling istantaneo ed essenziale delle comande, in varie lingue. E, buon’ultima, Giuliana, che in genere serve ai tavoli (quando non testa i suoi neo-caffè macchiati su di me!), così professionalmente compenetrata nel ruolo, con grazia quasi velata e impenetrabile, almeno finché non le scappa da ridere...soprattutto quando, con le mani impegnate a reggere vassoi, assesta una brusca e fragorosa pedata alla porta del laboratorio, facendo trasalire il malcapitato habitué dell'abat-jour “Jack Daniel’s Tennessee Wisky...
P.S. Il prossimo appuntamento è (prendere nota, grazie...): Pasticceria di Salvatore Russo e Sorelle, a Santa Venerina...