29/05/2022
Sambenedettese - Napoli, semifinale playoff C1.
Questa trasferta, come tante di quel periodo, iniziò qualche giorno prima, esattamente la mattina del mercoledì precedente, quando, a dare retta al sito del Napoli, sarebbero stati resi disponibili i titoli di accesso al settore ospiti del Riviera delle Palme, l’impianto in cui si sarebbe disputata l’andata della semifinale playoff di serie C1.
All'epoca, l'esclusivista dei tagliandi per assistere alle gare partenopee era l'Azzurro Service di Fuorigrotta che, come sempre, si distinse per papponaggine.
Quella suddetta mane, vennero alienati una trentina di biglietti, dopodiché ci venne comunicato che la vendita sarebbe proseguita il pomeriggio.
Altre spiegazioni non ne diedero.
Mi armai di santa pazienza e, alle sedici dello stesso giorno, mi ripresentai in loco.
La rivendita era circondata da bagarini che facevano finta di essere passati di li per puro caso.
La situazione era abbastanza chiara da subito, quel magliaro del concessionario si era accordato con gli speculatori ambulanti.
I tickets, infatti, all'alzarsi delle serrande, vennero dichiarati esauriti.
Lo ammetto, mi innervosì non poco. Me la presi prima con il titolare del negozio, che chiamò la polizia per sporgere querela ai miei danni, poi, non contento, mi rivolsi anche a tutti quei maiali che da anni mercanteggiavano con i tagliandi delle partite più richieste.
Uno di loro, un omaccione grasso e con pochi capelli, vestito con un pantalone grigio che aveva la pretesa di essere tuta ma assomigliava di più ad un pigiama, una polo che non riusciva a nascondere il suo procace seno, un elegantissimo marsupio la cui cintura attraversava le tettone mettendole ancora più in risalto, non accettò le critiche e si avvicinò con fare minaccioso. Probabilmente ritenendo che fossi solo e terrorizzato iniziò a fare la voce grossa in una lingua che secondo lui era dialetto, ma che a me sembrava più ad un confuso farfugliare con voce nasale.
Mi riempì di suoni che, per lui erano parole, per me versi emessi da un ippopotamo infuriato.
Quando finalmente finì di emettere ragli da mulo, conditi da sputacchiate ed una bauscina bianca che gli si formava ai lati della bocca, gli risposi che poteva parlare quanto voleva ma che la madre sarebbe comunque passata agli annali come una meretrice di basso profilo.
Apriti cielo.
Voleva assolutamente mettermi le mani addosso.
Mentre si avvicinava, con la velocità di un elefante zoppo, venne circondato da alcuni ragazzi di curva che, in maniera molto incisiva, gli spiegò che non era proprio il caso si risentisse e come il silenzio per lui sarebbe stata la scelta più saggia, pena l’ospedale.
Tutto questo casino fu una bella soddisfazione morale, ma non ebbe nessun risvolto pratico positivo. Alla fine, infatti, costretto dagli eventi, mi piegai al ricatto degli incettatori. Ovviamente, mi rivolsi ad un altro. Ero certo che un pidocchio del genere, innanzi alla prospettiva di un buon guadagno, non si sarebbe formalizzato per "coscienza di classe" nei confronti del collega. Non mi sbagliavo.
Nei giorni successivi , dopo aver appurato che anche i miei amici avevano subito il mio stesso sopruso, ci rendemmo conto che, tra radiatori bolliti, assicurazioni non pagate e problematiche di ogni genere, nessuno di noi disponeva dell’autoveicolo necessario per recarci alla nostra meta, in sintesi eravamo rimasti appiedati.
Ci studiammo il percorso e le offerte di trasporto al pubblico, appurammo nostro malgrado come non esistesse un collegamento diretto su ferro tra il nostro luogo di partenza e quello di arrivo e , sconfortati, optammo per la soluzione corriera fino a Pescara e successivo treno fino a Sanbenedetto.
Il problema era uno solo: considerando gli orari, non esisteva possibilità di rientrare se non il giorno dopo. Non ci perdemmo d'animo, fiduciosi di rimediare un passaggio per il ritorno direttamente allo stadio, cosa che, fortunatamente, successe.
La domenica mattina, alla buon ora, ci presentammo a piazza Garibaldi e ci imbarcammo sull'autobus. Uno di noi, mentre gli altri pagavano il corrispettivo per il viaggio, si intrufolò "alla portoghese" dalla porta sul retro dello stesso.
Il pullman era a due piani. All’inferiore si sistemarono tutti i viaggiatori normali, al superiore tutte persone dirette alla partita.
Inutile sottolineare che, la “nostra” zona ben presto si trasformò in una via di mezzo tra un coffeshop Olandese ed un pub Irlandese.
Vi era talmente tanto fumo da far impallidire la nebbia di Milano.
Ricordo anche che, alcuni nostri compagni di viaggio, grazie a dell’erbaccia, presumibilmente Albanese, sicuramente piena di semi, impuzzolentirono tutto lo scompartimento di uno sgradevole odore che era una misto tra arrosto e candegina.
Durante il viaggio, come era ovvio che fosse, si presentò il controllore. Capì subito l’antifona, non era la situazione in cui si poteva essere troppo fiscali, ma probabilmente, messo avanti all’evidenza dei fatti rimase ancora più spiacevolmente colpito di quanto si aspettasse inizialmente.
Provò ad intavolare una trattativa, ci comunicò che sarebbe stato possibile anche acquistare il tagliando di viaggio, ci avvertì che correvamo il rischio di un controllo delle F.d.O. alle quali, suo malgrado non avrebbe potuto che descrivere la situazione che gli si era presentata. Ce la mise tutta poverino, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e venne mandato a giocare, con garbo, ma comunque a giocare. La frase che rimase agli annali fu “O zi tutt’o burdell mancan sett ott’ bigliett, è cos’ e nient’ ”.
Arrivati a Pescara, dopo una lunga attesa, che anche meriterebbe una descrizione dedicata, finalmente arrivò il treno che ci avrebbe portato a destinazione.
Sbarcati nell’ ultima stazione della nostra personalissima via crucis, organizzammo con i presenti 081 un mini corteo e tra un coro e l’altro, senza incontrare troppi imprevisti sul nostro percorso giungemmo all’impainto.
Il Sambodromo non è uno stadio qualunque. L'atmosfera è pazzesca, me ne ero accorto durante la sfida di campionato. Stavolta però era ancora più calda, una bolgia sudamericana in un piccolo ed affascinante impianto di provincia.
Qualcosa di simile mi era capitato di vederla solo al compianto Celeste, l'anno della promozione del Messina in serie A.
Prima della gara, dagli altoparlanti, suonava forte "The seven nation army". L'Onda D'urto, uno dei loro gruppi storici, colse subito l'occasione per rivisitarla in un "Napoli M***a" che venne accompagnato da tutti i presenti di fede rossobù, tribuna vip compresa.
Nel settore adiacente al nostro, non ho potuto non notare quattro ragazze, una più bona dell'altra, vestite solo del pezzo di sopra del bikini e di pantaloncini raso c**o. Le tipe erano piuttosto agguerrite, ci riempirono di gestacci mentre sventolavano le loro bandiere. Ammetto che rimasi molto affascinato.
Il loro fu un tifo continuo ed assordante, ma, nonostante il vantaggio di Bogliacino, anche il nostro si sentiva forte e chiaro.
All'epoca le due curve si muovevano in massa ed i "Naples" non temevano nessuno, da nessun punto di vista.
Nella seconda metà della partita, iniziai a pensare che ci avrebbero inculato, i ragazzi annaspavano, anche al netto della spinta incessante dei Napoletani al seguito.
Durante il recupero del secondo tempo, però, Capparella la butta dentro, ammutolendo il Riviera delle Palme.
Dopo il boato per il pareggio, partì un coro, sulle note di Go west dei Pet Shop Boys:
"Perché non cantate più
perché non cantate più..."
I Sambini erano e rimangono una tifoseria di tutto rispetto, una delle migliori che ricordi in Italia, ma, stavolta, dopo l'accaduto, probabilmente presi dallo sconforto, non riuscirono a ricompattarsi.
Alla fine della partita mancavano pochissimi giri d'orologio, durante i quali restarono in silenzio, non ci provarono nemmeno a reagire.
Lasciammo l'impianto, felici, da padroni e con la consapevolezza che, oramai, ci eravamo qualificati per la finale.
Il viaggio di ritorno fu un delirio. Ottenuti i suddetti passaggi a Napoli ci sparpagliammo su tre auto. Avremmo dovuto fare il viaggio insieme. Ovviamente ci perdemmo in meno di un niente e non avemmo più notizie l’uno dell’altro. Solo dopo scoprimmo che il conducente di una vettura aveva sbagliato strada e si diresse verso Foggia e che gli altri erano stati fermata per vari controlli dalla Finanza.
Li chiamammo ma nessuno ci rispose, chi preoccupato dal non peggiorare la sua situazione, chi troppo imbarazzato per la cavolata fatta e terrorizzato all’ idea di essere preso per il c**o.
Lungo il tragitto, dopo vari Autogrill, o Pavesi che dir si voglia, con le serrande abbassate, decidemmo di fare una deviazione, e ci ritrovammo in un ristorante che in realtà era la cucina di una signora.
Mangiammo un ottimo piatto di sagne con i ceci, la proprietaria fece anche qualche avances ad ognuno di noi, fregandosene del fatto che lei andasse verso i sessanta, noi verso i venticinque. Divertiti, nonostante l’impossibilità della cosa, e soddisfatti dal lauto pasto, ringraziammo, salutammo, pagammo e ci dileguammo.
Rientrati in macchina ci rendemmo conto che avevamo un solo joint, fumato quello ci saremmo dovuti fare la ruota per tutto il restante rientro.
Nessuno dei presenti ritenne la cosa possibile.
Uno di noi aveva conoscenze a Vasto e si propose di contattare l’amico. Il tutto implicava un importante aumento di percorso e di tempistiche di viaggio, nonostante ciò ci sembrò l’unica soluzione ragionevole.
Arrivati nel piccolo comune in provincia di Chieti, capimmo che l’amico tanto amico non era, che aveva fiutato la situazione e che ci avrebbe fatto un gran bel pacco, ma era troppo tardi per tirarsi indietro, incassammo il colpo e ce ne andammo felici di avere nuove risorse che ci accompagnassero a casa.
RobertNesta80