31/05/2026
Malvasia di Damijan
Nel silenzio delle colline di confine,
dove il vento conosce due lingue
e la pietra custodisce antiche pazienze,
nasce una luce color d’ambra.
Non è vino soltanto.
È il respiro lento della terra,
una preghiera di radici profonde,
il racconto delle stagioni
scritto con inchiostro di sole.
La Malvasia riposa come un segreto,
tra bucce e tempo,
mentre l’autunno le insegna la memoria
e l’inverno la misura.
Poi arriva nel calice.
E lì accade qualcosa di raro:
fiori secchi, erbe selvatiche,
miele di bosco e pietra bagnata,
un frutto che non grida mai il proprio nome
ma lo sussurra all’anima.
Accanto, un’ostrica schiude il suo silenzio,
custode del mare e della luna.
La sua carezza salmastra
incontra la profondità del vino,
e per un istante
terra e mare si riconoscono.
La roccia del Carso risponde alla conchiglia,
la brezza delle colline al respiro delle onde;
ogni sapore trova il proprio riflesso
nell’altro.
Ogni sorso apre una porta antica,
una stanza dove il tempo rallenta
e il cuore ricorda
ciò che aveva dimenticato.
Damijan ascolta la vite
come si ascolta un vecchio maestro;
non impone, non corregge,
accompagna.
Così il vino conserva il carattere del vento,
la severità della roccia,
la dolcezza nascosta della luce serale.
E quando il bicchiere si svuota,
rimane nell’aria
un’eco dorata,
e il ricordo di quell’ostrica,
piccola perla di mare,
come l’ultimo raggio di sole
che indugia sulle colline del Carso,
riluttante a lasciare la terra
che lo ha generato.
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