06/04/2026
Tea, 23 anni, oggi, dopo un percorso formativo molto faticoso ma di successo, non nasconde di vedere anche i vantaggi legati al “disturbo specifico dell’apprendimento” (DSA) con il quale è cresciuta. E non perché il suo brillante 99 alla maturità sia diventato una sorta di case history, e nemmeno perchè oggi studia musica al Conservatorio. Quanto perché le difficoltà nella lettura “fanno sì – spiega – che dovendo ripetere tutto molte volte fissi tutti i concetti a lungo nella memoria, e inoltre, spesso, dovendo attingere a fonti diverse ottieni diversi punti di vista e possibilità di approfondimento”.
“Ero in terza o quarta elementare, ricordo bene delle parole scritte alla lavagna. Non riuscivo a leggere, le guardavo e le riguardavo, il tempo passava, e la maestra non capiva, mentre i compagni ridacchiavano”. A posteriori Tea giudica una grande fortuna che un “professore di prima media, notando che guardavo insistentemente il suo labiale ha pensato che fossi sorda, e quindi dai test hanno capito che in realtà ero dislessica”. In terza liceo ho iniziato a informarmi più che potevo sul mio disturbo. Ho pensato: non è una cosa dalla quale si possa guarire, è una ‘neurodiversità’, per cui meglio conoscerla e farsela amica. Ed ha funzionato. Il consiglio che do alle famiglie e ai ragazzi è di fare il possibile per non rinunciare del tutto alla scrittura e alla lettura ‘normale’. Non si guarisce, ma imparando sempre nuove parole si riesce comunque a riconoscerle. La sintesi vocale ti aiuta a leggere un testo di scuola, ma il mondo esteriore è pieno di grafemi, e quindi saperli codificare è sempre d’aiuto. Un’altra cosa che aiuta molto è parlare sempre a cuore aperto delle proprie difficoltà senza vergognarsi. Auguro dal profondo a tutti i dislessici di capire il più presto possibile, nel loro percorso, che non c’è nulla di cui vergognarsi”.
Credit: LP - Provicia Bolzano - Fabio Gobbato