11/06/2025
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Sotto l’insegna di Birra a Balus, tonda e familiare come un abbraccio d’infanzia, si celebrava ogni sera un rito antico e mai uguale. Il dehors del pub, illuminato da lampade color miele, profumava di birra artigianale, fumo leggero e ricordi sospesi. Seduti su tre sedie scompagnate, davanti a un tavolino basso, tre uomini condividevano molto più di qualche pinta.
Fabio, il mastro birraio, l’anima del locale, era chino sulla sua chitarra come fosse una reliquia. Rasato con cura, pizzetto grigiastro, mani grandi e vive, pizzicava le corde con la naturalezza di chi ha più storie nei calli delle dita che in un libro intero. Le note di Fata Morgana dei Litfiba uscivano dalla cassa della sua chitarra come sbuffi di vento caldo, familiari e un po’ selvaggi.
Ma a cantare erano Andrea e Denis.
Andrea, con la sua felpa rossa Lonsdale e lo sguardo segnato da mille battaglie interiori, modulava la voce come un respiro, soffusa, precisa, struggente. Era l’eco dei giorni andati, la malinconia che non voleva saperne di morire. Ma poi c’era Denis, e Denis… Denis aveva una voce che spaccava i vetri. Letteralmente. Un timbro limpido, pieno, potente, che scuoteva i vetri del locale e faceva vibrare lo stomaco di chi ascoltava. Nessuno cantava Fata Morgana come lui. Neanche Pelù, a detta di chi bazzicava spesso lì.
Gli altri clienti uscivano a fumare, ma restavano con le orecchie tese. Ogni sera diventava un concerto non annunciato, gratuito e irripetibile. Andrea e Denis, voci diverse e complementari, si rincorrevano tra le note mentre Fabio continuava a suonare senza mai guardare le dita, come se la musica uscisse da sola, da dentro, da sempre.
Tra le mani, ognuno aveva il proprio calice.
Fabio sorseggiava la sua Marinera, una stout densa, scura come una notte senza luna.
Andrea stringeva la Andrew, la bitter inglese che Fabio aveva brassato apposta per lui — asciutta, elegante, con un finale amarognolo come certe verità.
Denis, con la voce da terremoto, preferiva la Sugabot, una kölsch fresca, nitida, quasi innocente, che faceva da contrappunto perfetto alla potenza della sua ugola.
Sotto al tavolo, come ogni sera, Bibo, il gatto di Andrea, dormiva arrotolato come un punto e virgola. Non si svegliava nemmeno quando Denis esplodeva nei ritornelli. Lui era di casa. Lui era casa.
Sul tavolino, pacchetti di si*****te aperti, accendini consumati, risate impigliate nei ricordi. E nessuno che avesse fretta di andarsene. Era uno di quei momenti che nessuno fotografa, eppure rimane per sempre.