08/09/2026
CHI É L’ARBITRO?
Le due pagine che Il Sole 24 Ore ha dedicato al grano duro offrono uno spettacolo assai più istruttivo di quanto potrebbe sembrare.
Da una parte Vincenzo Gesmundo, segretario generale di Coldiretti, titola: «Pasta 100% made in Italy solo se è garantita l’origine del grano duro». Dall’altra Vincenzo Martinelli, presidente di Italmopa, replica: «Italia fortemente deficitaria, senza import impossibile produrre pasta».
Due posizioni apparentemente antitetiche. Uno accusa l’arbitro, l’altro difende il regolamento. Ma, nel frattempo, il campo si restringe.
Perché dietro questa disputa c’è un convitato di pietra che nessuno sembra avere particolare interesse a far accomodare al tavolo: la politica. I governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni, di ogni colore e denominazione, hanno lasciato progressivamente deteriorare la nostra cerealicoltura, mentre si affidavano, almeno nelle dichiarazioni pubbliche e nella consolidata credenza popolare, alle parole dei vertici Coldiretti come se fossero il Vangelo dell’agricoltura italiana.
Poi, naturalmente, arrivava la realtà.
E la realtà suggeriva di accontentare ora gli uni, ora gli altri: agli agricoltori la retorica della tutela, all’industria le condizioni necessarie a continuare a importare. Una sapiente arte del compromesso, calibrata sulle convenienze del momento, che ha prodotto un risultato assai poco compromissorio: la progressiva dipendenza dall’estero.
C’è poi un dettaglio che meriterebbe ben più di una nota a margine.
La filiera industriale della pasta ha dimostrato una capacità di interlocuzione istituzionale non comune. È riuscita a essere rappresentata nella CUN del grano duro, il luogo nel quale si forma il riferimento del prezzo, e ha contestato davanti al TAR il monitoraggio di ISMEA sui costi di produzione del frumento, ottenendone l’annullamento.
Tutto legittimo, naturalmente. Ma politicamente assai eloquente.
Perché non capita tutti i giorni che una filiera riesca a esercitare una simile influenza sul mercato, sulla rappresentanza e persino sugli strumenti attraverso i quali si misura il costo della materia prima.
Altro che OPEC.
L’OPEC si occupa del petrolio. Qui siamo davanti a una forma assai più sofisticata di potere: non soltanto si discute del prezzo della materia prima, ma anche di chi debba stabilirlo e di come debba essere calcolato il costo per produrla.
E così arriviamo all’apparente paradosso di oggi: Coldiretti denuncia la crisi del grano italiano; Italmopa spiega perché, senza grano straniero, l’industria della pasta non potrebbe sopravvivere.
Sono davvero due mondi inconciliabili?
Forse.
Ma è curioso che, dopo decenni di contrapposizione, il risultato sia così armoniosamente convergente: un’agricoltura cerealicola sempre più debole e un’industria sempre più strutturalmente dipendente dall’estero.
La partita, dunque, non è soltanto capire chi abbia ragione.
È capire chi abbia contribuito a scrivere il regolamento, mentre tutti litigavano sull’arbitro.