19.1Bistrowinebar-Il salotto delle donne

19.1Bistrowinebar-Il salotto delle donne Chi frequenta il nostro Bistrò Ristorante Osteria Grill e Wine Bar sceglie sempre la qualità e ama mangiare e bere bene. Provare per credere…�

Annesso al bistrò troverete un bellissimo B&B, il Sandro Pertini, dove potrete anche decidere di fermarvi e dormire in delle meravigliose camere dal comfort eccellente. La nostra cucina di tipo tradizionale ma con le giuste innovazioni si basa sulla semplicità e qualità delle materie prime del territorio nel rispetto della stagionalità. La struttura ha uno stile molto bello e caratteristico e, cre

de fortemente nel valore delle relazioni, della convivialità per chi ama godersi dei momenti di svago in compagnia, all’insegna del gusto e della qualità e dello stare bene. Il nostro motto è: un po’ casa un po’ hotel, nel segno della semplicità.

24/06/2026

LA GENTE VEDE E GIUDICA LA MIA FOLLIA NELLA MIA COLORATA VIVACITÀ E GENIALITÀ MA NON RIESCE A VEDERE LA STUPIDITÀ NELLA SUA NOIOSA MEDIOCRE IPOCRITA NORMALITÀ

20/06/2026

So perfettamente come pensano, ma non sarò mai come vogliono loro.

20/06/2026

Chiunque abbia conosciuto Donato Metallo non può che conoscere lei, Alessandra Caiulo, la donna che con Donato ha costruito per anni spazi privati e mondi pubblici, attivismo e politica come due modi stessi di abitare il mondo e definirlo.
E infine, a coronamento di tutto questo, è arrivato pure un figlio, Pietro, che oggi ha 2 anni.

Aveva 10 mesi il 22 aprile dell’anno scorso, quando suo papà Donato se n’è andato per un tumore al pancreas, a 44 anni, dopo una vita intera dedicata al bene comune, prima come sindaco della sua città, Racale (nel Salento), e poi in Consiglio regionale in Puglia.

Non si contano neanche le battaglie di Donato per l’ambiente, per la rigenerazione degli spazi urbani, e poi i diritti civili, la legge contro l’Omotransfobia, avanguardia pura in regione, la norma sulle parrucche per le donne malate di cancro, e quella testarda convinzione che questo Paese non lo cambieremo mai senza lavorare sull’intelligenza emotiva, sull’educazione affettiva dei nostri figli, su concetti come rispetto, consenso, empatia, gestione delle emozioni.

Dev’essere per questo che Alessandra ha pensato a lui, al suo Donato, quando dieci giorni fa il governo più retrogrado della storia repubblicana ha vietato l’educazione sessuo-affettiva in asili ed elementari e l’ha limitata in medie e superiori, vincolandola a un assurdo consenso dei genitori. Gli stessi genitori che non lo daranno mai ai figli che più di tutti ne avrebbero bisogno.

Allora Alessandra ha pensato a Donato, ha deciso che avrebbe combattuto questa battaglia per lui, con lui, in suo nome. E che non bastava questa volta scendere in piazza, ci voleva qualcosa di più: una raccolta firme. Una chiamata collettiva.

È partita così dalla Puglia “L’Italia che ama Educa”, la mobilitazione nazionale per fermare la legge Valditara e salvare l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane.

Insieme ad Alessandra, in prima linea ci sono le ragazze della Casa delle Donne, Cgil Lecce, Udu Lecce - Unione degli Universitari. E c’è Donato, ancora una volta.

“Ci sono battaglie che scegli. E poi ci sono battaglie che, in qualche modo, scelgono te. Questa è una di quelle” ha raccontato Alessandra.
“Per me questa non è una battaglia astratta. Chi mi conosce sa bene che le ragioni sono tutte nel cuore. Poco più di un anno fa ero seduta al tavolo con Donato mentre ascoltavamo l’intervento di Gino Cecchettin. Per lui era chiarissimo quello che doveva fare: la “Scuola d’Amore” doveva diventare legge della Puglia. Ricordo perfettamente quel momento perché in lui riaccese una luce bellissima, la sua. Quella sera un padre straziato stava dicendo una cosa semplice e rivoluzionaria: se vogliamo cambiare davvero le cose dobbiamo educare, dobbiamo arrivare prima, dobbiamo insegnare ai bambini e alle bambine, ai ragazzi e alle ragazze, che il rispetto viene prima del possesso, che la libertà dell’altro è sacra, che l’amore non può mai essere controllo o violenza”.

Io in queste parole ci ho visto tutta Alessandra e ci ho rivisto Donato, la missione di una vita che sopravvive oltre la morte attraverso la persona che più di tutti lo ha amato.

Ora è troppo piccolo, ma un giorno questa battaglia, comunque andrà a finire, sarà per Pietro, una sorta di eredità politica, culturale e, in qualche modo, spirituale, al ragazzo e all’adulto che sarà.

Mi sembrava giusto raccontarla, questa storia, perché mi riguarda e riguarda anche mio figlio, e perché riguarda tutti noi, specie chi ancora non l’ha capito.

Grazie Alessandra, e ciao Donato.

Tantissimi chef e pochissimi cuochi (…e perché la trattoria popolare è l’ultima linea di difesa)Siamo pieni di chef…Chef...
05/06/2026

Tantissimi chef e pochissimi cuochi (…e perché la trattoria popolare è l’ultima linea di difesa)
Siamo pieni di chef…
Chef ovunque. Chef con il cappello alto, il coltello giapponese, il profilo Instagram curato meglio di un banco di pasticceria. Chef che parlano di concept, di esperienza, di contaminazioni. Chef che non sanno fare un soffritto senza termometro. E intanto i cuochi – quelli veri – stanno sparendo.
Quelli che arrivavano prima del sole e uscivano quando la strada era già fredda.
Quelli che assaggiavano col cucchiaio di legno e capivano tutto. Quelli che non “impiattavano”, ma sfamavano.
E nutrivano. E custodivano. E amavano l’arte della cucinare.
Che ci mettevano amore, semplicità.
La cucina italiana non è nata nei ristoranti stellati. È nata nelle cucine basse, con il fumo che brucia gli occhi e la radio accesa.
È nata dalla fame, dalla povertà, dall’ingegno disperato. È nata popolare, e per questo è diventata universale.
Oggi invece abbiamo invertito tutto.
Prima viene il racconto, poi – forse – il piatto. Prima il nome del cuoco, poi la mano. Prima la firma, poi la sostanza.
E qui entra in scena lei.

La trattoria o osteria popolare.

Non quella finta, “reinterpretata”, con le sedie vintage comprate a peso d’oro. Quella vera.
Con il menù scritto a mano.
Con tre primi fatti bene e basta.
Con la pasta che cambia se cambia il grano. Con il sugo che non è mai identico, perché la vita non lo è.
La trattoria popolare non chiede applausi. Chiede rispetto.
Rispetto per il prodotto, per il tempo, per chi mangia. Per chi cucina.
È lì che la cucina italiana può salvarsi. Perché lì non si gioca.
Lì se sbagli, la gente non torna.
Non c’è storytelling che tenga.
Non c’è plating che copra una cottura sbagliata.
La trattoria è una scuola durissima.
Ti spoglia. Ti riduce all’osso.
Ti chiede: sai davvero cucinare, o sai solo raccontarlo?
E attenzione: non è una guerra contro l’alta cucina.
È una guerra contro la vanità.
Contro l’idea che basti chiamarsi chef per esserlo…
La trattoria popolare è l’ultimo luogo dove il cibo è ancora atto politico e sociale. Dove cucinare è una presa di posizione.
Dove il prezzo è giusto, il lavoro è vero, il piatto è onesto. Buono.
Finché esisterà una trattoria che fa bene una pasta e fagioli,
finché qualcuno si alzerà alle sei per pelare cipolle senza postarlo,
finché un cuoco saprà dire “no, oggi questo non è buono”, la cucina italiana respirerà ancora.

Non sarà trendy.
Non sarà glamour.
Ma sarà viva.

cuoco e scrittore

24/05/2026

La ristorazione non è una moda:
sta arrivando una selezione brutale

Aprire un ristorante oggi è diventato un gesto estetico.
Una parete industriale, due lampadine vintage, un forno a vista, un account Instagram ben costruito e improvvisamente tutti si sentono imprenditori della cucina.

Ma la ristorazione non è una moda.
È uno dei mestieri più duri che esistano.

Negli ultimi anni migliaia di persone hanno aperto locali senza avere una reale preparazione economica, gestionale o gastronomica. Hanno confuso la passione con la competenza. Hanno pensato che bastasse “amare il cibo” per reggere costi, personale, pressione fiscale, margini ridicoli, turni massacranti e clienti sempre più instabili.

La verità è semplice: nei prossimi dieci anni assisteremo a una chiusura enorme di attività.
Non per sfortuna.
Per improvvisazione.

Molti locali nascono già morti:

* menu copiati;
* identità inesistente;
* food cost fuori controllo;
* personale sottopagato;
* marketing senza anima;
* imprenditori che non conoscono nemmeno il proprio punto di pareggio.

E mentre tutti inseguono trend, reels e format fotocopiati, il mercato sta cambiando più velocemente della loro capacità di capire cosa sta succedendo.

Il cliente oggi non cerca solo un piatto.
Cerca verità, coerenza, esperienza, memoria.
E soprattutto riconosce immediatamente chi lavora con cultura e chi invece sta improvvisando.

Per anni la ristorazione è stata raccontata come un sogno romantico.
Chef-star, opening party, locali pieni, delivery infinito.
Ma dietro quella narrazione c’è una realtà molto meno glamour: burnout, debiti, sacrifici personali e margini sempre più stretti.

Il problema non è aprire un locale.
Il problema è aprirlo senza studio.

Servono tecnica, gestione, psicologia del cliente, leadership, conoscenza del territorio, capacità finanziaria e visione.
Chi entra in questo settore pensando che sia una scorciatoia per “fare tendenza” verrà travolto.

La prossima decade sarà spietata.
Sopravvivranno quelli che avranno identità vera, disciplina e competenza.
Non i più rumorosi.
Non i più social.
I più preparati.

Perché cucinare è arte.
Ma la ristorazione è guerra quotidiana.

19/05/2026

Cosa farò dopo?

Leggerò i miei libri, scriverò le mie Storie, berrò caffè, ascolterò musica e lascerò la porta sempre aperta…
Qualcuno prima o poi arriverà, tornerà

Storie…

16/05/2026
27/04/2026

La psicologia dell’ospite è uno degli aspetti più sottovalutati ma più rivelatori della ristorazione. Il modo in cui una persona mangia, occupa lo spazio, interagisce con il personale e tratta la mise en place racconta molto più di quanto sembri: parla di educazione emotiva, consapevolezza sociale, rapporto con il potere e con il denaro, persino del grado di pace o conflitto interiore.

Osservare un ospite a tavola è come leggere un micro–trattato di antropologia applicata.

Il tavolo come specchio dell’anima

Il tavolo è un territorio temporaneo.
Alcuni lo abitano con rispetto, altri lo conquistano.

• Chi sporca, scompone, sposta tutto, accumula piatti, briciole, posate come se il disordine fosse un diritto, spesso vive il ristorante come luogo di sfogo: “pago, quindi posso”.

• La mise en place viene inconsciamente “sfidata”: tovaglioli stropicciati, posate gettate, bicchieri spostati senza cura.
È un atto di dominio, non di distrazione.

Al contrario:

• L’ospite empatico e consapevole mantiene un ordine naturale, anche nel disordine inevitabile del pasto.

• Non per rigidità, ma per rispetto dello spazio condiviso e del lavoro altrui.

Il rapporto con le risorse umane:
chi sei quando non “conti”

Il modo in cui un ospite tratta il personale di sala è forse l’indicatore più potente.

• Maleducazione, boriosità, richieste inutilmente complicate, tono imperativo: spesso non è vera sicurezza, ma insicurezza travestita da controllo.

• Chi si sente piccolo tende a ingrandirsi dove può farlo senza conseguenze.

Molti ospiti:

• Non guardano negli occhi
• Non ringraziano
• Parlano al cameriere come
a un’interfaccia, non a una persona

Eppure, una minoranza preziosa:

• Usa il nome, se lo conosce
• Ascolta
• Ringrazia sinceramente
• Comprende il limite umano
prima ancora di quello professionale

Questi ospiti non sono “più buoni”:
sono più presenti.

Il cibo come proiezione emotiva

C’è chi mangia con voracità, chi con diffidenza,
chi con noia, chi con sacralità.

• L’ospite che assaggia distrattamente, guarda il telefono, non ascolta il piatto, spesso non è lì per nutrirsi ma per riempire un vuoto.

• Chi giudica prima di assaggiare, chi confronta ossessivamente, chi cerca l’errore: non sta dialogando col cibo, sta cercando conferme al proprio ego.

L’ospite empatico invece:

• Ascolta il racconto
• Assaggia in silenzio
• Lascia spazio al piatto

Non ha bisogno di dominare l’esperienza,
la attraversa.

Perché la maggioranza appare sporca,
pretenziosa, disattenta?

Perché il ristorante, oggi, è spesso vissuto come:

• Valvola di sfogo
• Palcoscenico sociale
• Luogo di compensazione

In una società stanca, frustrata, iperstimolata:

• Il pasto non è più rito
• Il personale non è più visto come umano
• Il tavolo non è più spazio sacro

La consapevolezza è minoranza, sempre.

Il compito invisibile del ristoratore evoluto

Chi lavora nella ristorazione ad alto livello – soprattutto chi ha una visione etica, vegetale, identitaria come la tua – non serve solo cibo.

Fa educazione silenziosa.

• Attraverso la mise en place
• Attraverso il tono della sala
• Attraverso la coerenza del gesto

Non per “addomesticare” l’ospite,
ma per invitarlo a salire di livello.

Alcuni non lo faranno mai.
Ma quella piccola parte empatica e rispettosa riconosce immediatamente il valore.
Ed è quella parte che costruisce comunità, non solo fatturato.

Indirizzo

Corso Sandro Pertini, 55
Acri
87041

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